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Quando si volge la mente alle vicende che vedono in primo piano i cavalieri crociati, la percezione storica pare perdere importanza, fin quasi a svanire, per lasciare il posto alla suggestione e l’attenzione si focalizza su ciò che di costante e duraturo permane oltre i mutamenti imposti dai secoli.

Le certezze storiografiche cedono il passo all’approccio metastorico.

È secondo questo sentire che deve essere percorso questo viaggio in luoghi dove tutto è straordinariamente antico e giovane; lontano, da poter essere conosciuto solo dall’immaginazione e al tempo stesso, tangibile, al punto tale da poter essere assaporato.

Terminava la quarta crociata e veniva creato il nuovo impero latino d’oriente; era l’epoca in cui il peso della fede trovava la sua proporzione in quello delle cotte d’armi, era l’epoca in cui l’ONU si chiamava Santa Romana Chiesa .

In quest’epoca “la spada - scriveva quel monaco uscito da Cluny rivolgendosi ai cavalieri d’Europa – non ti è stata data per la tua difesa , ma per quella dell’umile e del povero”. Cosi Bernardo di Chiaravalle sintetizzava quella visione che darà all’ordine del Tempio fama, ricchezza ma, più ancora li consegnerà alla storia in modo assoluto.

Ma anche una vita consacrata alla cavalleria, fatta di privazioni, in una dimensione militare e monastica, poteva trovare qualche momento di conforto.

Le rotte che da Gerusalemme riportavano i prodi consacrati alle crociate verso l’antico continente passavano per quel porto nel Peloponneso che recava il nome di Monemvasia, l’antica Minoia;  un nome destinato, come le eroiche gesta, a riecheggiare nel tempo (e nel palato)

La brezza marina, carica di salsedine,  carezzava i declivi di questa terra che rendeva alla natura e all’uomo i propri odori, i propri sapori, i propri frutti; tra questi vi era una vite, diversa da quelle sin’ora coltivate: il frutto era bianco, dolcissimo, il vino che ne scaturiva era dolce e alcolico.

Quelle marze erano destinate a diffondersi in Croazia, Italia centrale ed in particolare in Sicilia e Sardegna.

Il percorso di questo vino consente la visione del viaggio di questi templari che trasportati dalle vicende secolari dell’Ordine hanno condotto come un fiume in piena, con il loro mistero, quella bevanda dello spirito che conosceremo col nome di malvasia.

Ritemprati nel corpo e nello spirito, salpati dal porto di Monemvasia, le galee cariche di nuove conoscenze affrontano i flutti delle ormai familiari rotte verso le terre natali, altri scali attendevano questi uomini, il loro pensiero, le loro merci.

Come altrove anche i principali porti sardi aspettavano l’approdo: quello di Mistras a Tharros ha forse visto snodarsi il percorso che ha portato la malvasia sino alla Planargia; un tragitto percorso anche da pellegrini, in terre dai paesaggi irripetibili, dove si sono sviluppate civiltà e culture che hanno avuto grandi influenze nella nostra storia.

Dal Sinis si attraversava Bonarcado per giungere a San Leonardo e poi, da qui, a Cuglieri o Sindia. Solamente le iniziali del “passum pelegrinorvm” provvidenzialmente incise su steli basaltiche consentivano di percorrere quella via franchigena con sicurezza.

Ma il presente e il passato sono sempre in relazione, non in quanto ripetizione ma piuttosto per analogia, cosi ciò che è stato viaggio, pellegrinaggio è oggi una vacanza dell’anima.

Negli stessi luoghi antichi e mitici ancora possiamo sentire la eco di quei passaggi in ciò che sopravvive nelle tradizioni e nelle tracce architettoniche.

Santa Maria di Bonarcado consacrata alla storia per il rinvenimento del Condaghe nei resti dell’omonimo monastero camaldolese. Preziosi documenti che raccontano donazioni di terre e vigne dietro all’impegno di un frate Camaldolese di inviare propri monaci a reggere e governare il monastero alla gloria di Dio.

Di qui si sale sino a giungere in quel luogo misterioso conosciuto per le sue sorgenti d’acqua. Poiché non c’è tristezza che, viaggiando, non si attenui e lentamente si sciolga, quei cavalieri facevano della Terrasanta un ricordo sempre più distante, ad ogni passo che li avvicinava alle sette fonti e una volta a San Leonardo elevavano le loro preghiere all’Altissimo nella piccola chiesa romanica immersa in un bosco che, con la sua bellezza, faceva da cornice e protezione a quei sacri momenti di raccoglimento.

Poco distante, sull’altro versante del Montiferru, Bernardo di Chiaravalle consentiva ad un nutrito gruppo di monaci una rinnovata incarnazione del motto benedettino <> in terra sarda.

Sorgeva a Sindia l’Abbazia di Cabuabbas, dove furono sviluppati in profondità non solo i sommi valori cristiani della fede, della contemplazione, della giusta proiezione dell’anima verso il suo destino ultraterreno, ma soprattutto delle sue “Grangie”.

Veri e propri centri di lavoro, aziende agro pastorali modello, queste strutture tra le piu organizzate nell’epoca medioevale, formarono una vera e propria classe di liberi contadini, operai, artigiani.

La Terra provvedeva non solo a dare i suoi frutti ma anche a mantenere i contatti col cielo, ascoltando ed interpretando la voce della divinità, dirigendo le sacre celebrazioni ad assicurare la fertilità dei campi e degli armenti per mezzo del lavoro, che in questo modo divenne soprattutto lavoro interiore, irruzione del sacro nel profano.

È cosi che la terra dava ogni anno i propri frutti, ma ogni anno chiede al “contadino” di rompere il virgineo seno, diventando l’analogia tra la Grande Dea e la verginità di Maria; entrambe perennemente prolifiche e perennemente vergini.

Pochissimi passi ancora e come uno squarcio nella realtà si apre un paesaggio che evoca le analogie con l’antica Minoia: i declivi, la brezza marina, uno spazio suggestivo e propizio.

I nostri eroi mitici avevano concluso il loro percorso e poiché, quando si sente la fine bisogna piantare un inizio, decisero che quello era il giusto luogo da sacralizzare con una particolare vite che fosse ad un tempo l’emblema del Cristo e la bevanda dello spirito.

Fu cosi che la malvasia divenne il vino delle funzioni religiose per antonomasia. Sempre partirono dal Temo otri colme verso Roma.

Ciò contribuì all’accrescimento di fama e ricchezza sino al momento della confisca delle vigne; ma poiché riconoscere ed accettare il momento della propria fine è anche la suprema manifestazione di libertà, così la lavorazione non cessò mai, la vendemmia prosegui lontano dalla vista dei piu, durante la notte, quel vino smise di viaggiare verso Roma per portare invece conforto ad uomini piu umili, assolvendo cosi al più profondo spirito cristiano che animò gli uomini che fecero l’impresa.

Il mistero ha sempre accompagnato il cammino dell’uomo e l’avventura dell’esistenza non sarebbe cosi affascinante se ci fosse dato conoscere tutto quello che ci circonda. E poiché chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso è giusto che ognuno viva questa storia secondo il proprio sentire.

 

IL RACCONTO STORICO

Le vicende che racconto sono il parallelo tra storia e suggestione , il senso storico illusorio nella suggestiva e metastorica vicenda templare

La ricerca che si e voluto fare è un insieme di nozionismo bibliografico e ricostruzione antropologica,  quindi una raccolta sopravvissuta nella memoria tradizionale locale e nelle testimonianze fisiche del loro passaggio.

Non essendoci grande documentazione bibliografica si e' dovuto condurre una ricerca seguendo le tracce architettoniche e paesaggistiche per intravedere il loro percorso.

Ci siamo chiesti: Cosa sono venuti a fare i templari in sardegna? La risposta piu accreditata potrebbe essere che hanno avuto una sorta di esilio, infatti in Sardegna il loro compito principale era quello di accompagnare e difendere le navi di pellegrini che si recavano in Terra Santa (o che facevano rientro in patria) e, come ormai si sa, i Templari erano soprattutto al centro di traffici commerciali tra Oriente e Occidente, trasporto di armati, masserizie e risorse necessarie al sostentamento delle precettorie d'oltre mare. Quindi i Templari iniziarono a stabilirsi nelle maggiori città Giudicali e nei maggiori porti, quello di Cagliari (l'antica Karales), Mistras a Tharros (Oristano), Turris (Porto Torres), Mela Taras (S.Teresa Gallura), S.Maria di Larathanos (Olbia), etc. furono sicuramente punti 'nodali' di sbarco e passaggio 'anche' per i Templari.

La nostra ricerca parte proprio dal porto di  Mistras a Tharros (Oristano).

Oristano luogo degli antichi Juidici del Regno Sardo gli Arborea, il quale stemma, ancora oggi è nel gonfalone della provincia: l’Albero Sradicato, anch’esso uno stemma templare, le sue tre radici rappresentano la Trinità e le tre grandi Religioni, (Islam, Ebraismo e Cristianesimo) esso è rappresentato in alcune chiese templari anche in Italia (vi è un esempio nel Duomo di Sovereto)

Le sette braccia rappresentano le sette potenze planetarie (sole, luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno.) che ancora si ritrovano nei nomi dei giorni della settimana e che gli Ebrei vollero raccogliere in un’unica entità: la Menorah, il candelabro a 7 braccia del popolo d’Israele

La zona di oristano interessata è San Giovanni nel Sinis, è stato testimone del passaggio dei “Templari” che facevano base nei monasteri di San Leonardo, Cuglieri e Bonarcado, Sindia e Bosa,  percorrendo le vie francigene, segnate da pietre miliari con il simbolo della doppia P e si imbarcavano dal porto di Mistras per Roma e la Terra Santa. Questo è il cammino che ho voluto ripercorrere a cavallo sulle tracce storiche del loro passaggio,  vivendo un esperienza diretta non solo equestre  ma un’esperienza di sensazioni avvertendo i  profumi della lavanda, del lentischio che anche loro sentivano e provando antiche sensazioni esoteriche

Sono partito dal porto di Mistras incontrando la chiesa paleocristiana di San Giovanni Sinis databile al VI-VII secolo che sorge in area cimiteriale pagana, utilizzata ancora in epoca cristiana. Il monumento assunse le forme attuali tra il IX-XI secolo. La chiesa è costruita in blocchi di arenaria di grandi dimensioni, provenienti da opere fortificatorie fenicio-puniche della vicina città di Tharros.

Percorrendo la sponda occidentale dello stagno di Cabras si arriva nel territorio di Riola dove inizio ad incontrare le pietre miliari con la doppia P segni inequivocabili del loro passaggio, inizia la suggestione di un viaggio iniziato mille anni fa. Percorrendo la via francigena e seguendo il percorso tracciato si arriva alla chiesa di San Pietro situata tra Milis e Narbolia, oramai in degrado ma con chiari segni della mano templare, il viaggio prosegue tra i profumi della Malva e del finocchietto selvatico fino alla Basilica di Santa Maria di Bonarcado dove sono ancora visibili i resti del monastero camaldolese, della chiesa è stato trovato un importante documento: il condaghe di Santa Maria di Bonarcado, un manoscritto che presenta le trascrizioni degli atti relativi ai movimenti patrimoniali del monastero ed una donazione ad un cenobio che viene affidato ad un frate Camaldolese di san Zeno di Pisa con l’impegno di inviare propri monaci a reggere e ad amministrare il monastero in onore di Dio, insieme vennero donate terre e vigne.

Inizia l’arrampicata nelle montagne che conducono a San Leonardo de Siete Fuentes, ecco che ritorna il numero sette, sette sono le fontane dalle quali sgorga ancora l’acqua ghiacciata vicino alla omonima chiesa.

 La chiesa di San Leonardo, rappresenta una delle rare testimonianze visibili della presenza dei Cavalieri Templari in Sardegna.

si trova a quasi 700 metri di altitudine, in una zona ricca di sorgenti di acque minerali e fu probabilmente questo, unito alla salubrità dell’aria, che spinse i Templari a insediarsi proprio in questa zona. In relazione a questo fatto è da considerarsi anche che la Sardegna, durante il Medioevo, era una terra inospitale per via delle numerose paludi costiere, in questo senso San Leonardo sorgeva in una posizione privilegiata.

Quello che rimane oggi è la piccola chiesa con annesso l’edificio dell’ospedale che appartiene ancora ai Cavalieri di Malta.

Nel XII secolo l’intero complesso venne affidato ai monaci benedettini i quali gestivano altri due edifici annessi: un ospedale e un oratorio; quando subentrarono i Templari, il primitivo insediamento divenne una fiorente precettoria con annesse vaste e ricche proprietà nei dintorni.

Da San Leonardo si attraversa il Montiferru per giungere a Sindia

A Sindia troviamo l’Abazzia di Cabuabbas fondata a metà del dodicesimo secolo da Bernardo di Chiaravalle il quale insieme ad un nutrito gruppo di monaci Benedettini per una rinnovata incarnazione del benedettino in terra sarda.

l’abbazia di Cabuabbas in Sindia ha sviluppato in profondità non solo i sommi valori cristiani della fede, della contemplazione, della giusta proiezione dell’anima verso il suo destino ultraterreno, ma i modelli delle sue unità aziendali agro pastorali, ossia le “GRANGIE” cistercensi; queste erano veri e propri centri di lavoro, aziende agricole “modello”, strutture tra le piu organizzate dell’epoca medioevale.

Questo sistema spiega il significativo afflusso di lavoratori alle grangie cistercensi ove si specializzavano sotto la sapiente guida di conversi grangieri fino a formare una vera e propria classe didi liberi contadini, operai, artigiani.

Ogni abbazia poteva avere diverse grangie indipendenti l’una dall’altra, ma formanti una sola unità economica. 

..........................cosi il lavoro diviene l’irruzione del sacro nel profano.

La luna fu dunque il simbolo della grande dea nel cielo, cosi come la donna, anche la terra vergine prima dell’aratura, gravida dopo la semina, partoriente quando da i suoi frutti, fu considerata come ricettacolo dei poteri lunari, emblema della grande dea celeste e per questo fu detta Grande Madre ed affidata anche essa al culto (mariano).

È cosi che la terra dava ogni anno i propri frutti, ma ogni anno chiede al “contadino” di romper il virgineo seno, diventa l’analogia tra la Grande Dea e la verginità di Maria entrambe perennemente prolifiche e perennemente vergini.

La Terra provvedeva non solo a dare i suoi frutti ma anche a mantenere i contatti col cielo ascoltando ed interpretando la voce della divinità dirigendo la celebrazione dei sacri riti volti ad assicurare la fertilità dei campi e degli armenti per mezzo del lavoro che in questo modo diviene soprattutto lavoro interiore.

Si veda qui l’analogia con l’alta cavalleria di cui i templari furono il piu fulgido esempio.

Finalmente a Bosa

Ma cosa facevano i Templari a Bosa?, ci troviamo in una valle molto fertile attraversata dall’unico fiume navigabile della Sardegna il Temo, la cui foce era un sicuro ingresso fluviale delle merci che potevano arrivare fino alla cittadina di Bosa in sicurezza anche con il mare agitato.

Il papa il papa Clemente V, ai primi del 1308 ordinava la sospensione degli interrogatori dei templari arrestati. Per quanto riguardava la Sardegna, il Pontefice nello stesso anno affidava all'arcivescovo d'Arborea, il mandato di inquisire i Templari delle provincie di Torres, Arborea e Cagliari, e al vescovo di Bosa, Nicolò, il delicato ma lucroso incarico dell'amministrazione dei beni confiscati ai Templari che in quel periodo erano le Vigne della pregiata Malvasia.

La Malvasia era ed è il vino da messa per antonomasia. In quel periodo partivano dal fiume Temo e quindi da Bosa, le otri piene destinate a Roma. I Templari in Planargia erano maestri del vino infatti questa era la loro ricchezza. Con la confisca delle vigne sarebbero dovuti ritornare alle condizioni primarie di povertà, se si considera la loro originaria condizione di esiliati.

La circostanza più sostenuta, visti gli usi della Sardegna, è sicuramente quella della vita ad ogni costo; quindi avvalora sempre di più la situazione della lavorazione notturna  delle vigne questo perchè la Chiesa, prima come adesso,  incapace di gestire lucrosamente i beni avrebbe trascurato le vigne.

Quindi lavorazione notturna e vendemmia notturna, il vino anziche partire per Roma veniva portato dai commercianti nel centro Sardegna dove ancora oggi è considerato il vino della festa il nettare che rapisce il candore di un incantesimo.

Questo percorso storico illusorio e suggestivo dell’attività Templare in Sardegna, in Planargia e la malvasia di Bosa, concludo con una frase di Voltaire:

Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli son sicuri di ciò che dicono.